Abbiamo spinto il nostro sapere fino alle stelle, e scavato fino agli inferi. Abbiamo costruito sull’arroganza del dominio assoluto, estendendo il nostro possesso fino all’estremo esaurimento delle risorse che offre, fino a credere che la proprietà sia legittimazione assoluta sul mondo, fino a dimenticare le generazioni future.
Michela Murgia, in Futuro Interiore, ci mostra come “due muri di culture diverse possono reggere con intelligenza un tetto sotto al quale insieme si può star bene, al riparo.”
Abbiamo bisogno di un’intelligenza che non si espande nello spazio, ma si intreccia nella relazione.
Un’intelligenza collettiva, che si rigenera, si adatta rispettando i limiti e trasformando le fragilità in valore.
Non possesso, ma lascito. Non estrazione, ma circolazione fluida. Non sapere unico, ma alleanza e scambio tra generazioni e culture diverse.
Una rete di conoscenze che si comporta come un organismo vivente: si rinnova, evolve.
Un mezzo per mappare, raccontare e connettere le memorie marginali.
Un dispositivo che ricompone frammenti dispersi e aiuta la collettività a costruire la propria intelligenza condivisa, in modo democratico, accessibile ed inclusivo, dove la diversità è ricchezza incommensurabile. Un’architettura fatta di scambi e reciprocità, non di confini e accumulo.
Siamo custodi temporanei di un patrimonio da tramandare ad altri, cresciamo solo quando siamo pronti a restituirlo. Per questo, oggi dobbiamo spingerci fino alla collettività: Usque ad collectivitatem. Per una conoscenza che è bene comune, per un’intelligenza che è cura.

